Itinerario per le vie del centro storico
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E' l'unica delle quattro porte sopravvissuta. La statua sull'arco non è quella originaria di San Vito, ma quella di una settecentesca Madonna, collocata successivamente e proveniente da altro edificio.
Al n. 8 si ammira palazzo Sergio, del XVI sec., con la bella finestra ricca di decorazioni.
Al n. 8 si nota un'abitazione del XVI sec. e, al n. 14, un significativo
esempio di un portale bugnato di buona bottega. All'incrocio tra via XX
settembre e via Regina Elena si trova palazzo Blanco o della Zecca: la colonna
angolare mostra dei putti, una fenice e due caratteristici mascheroni.
Percorriamo ora via Regina Elena. Al n. 12 incontriamo Palazzo Gervasi, sede
dell'associazione culturale Nuova Messapia, dal bel portale secentesco.
Nell'atrio, l'acquasantiera e l'iscrizione sulla porta d'ingresso DOMINUS
PROVIDEBIT fanno pensare alla casa di un sacerdote, all'interno è posto un
camino datato 1588 che riporta l'epigrafe latina PROMETHEI FURTUM SINE DOLO
SERVO ("Conservo il furto di Prometeo - il fuoco - senza danno").
Andiamo a cercare la casa di un personaggio noto della Terra d'Otranto e
anche molto
chiacchierato: Matteo Tafuri, ma nel frattempo non ci facciamo
sfuggire il bel mignano al numero civico 41. Matteo Tafuri, nella seconda metà
del Cinquecento, era conosciuto come il "Socrate di Soleto". Alchimista,
filosofo, astronomo e scienziato, nacque a Soleto nel 1452, fu allievo del noto
grecista Sergio Stiso di Zollino. Visse per motivi di studio in Germania, Spagna
e Francia (dove si laureò alla Sorbona), viaggiò in Asia minore e in Africa
settentrionale. A un certo punto della sua vita rientrò a Soleto, dove aprì una
scuola e vi insegnò latino, greco, letteratura, fisica e matematica. La sua
vasta cultura fu però interpretata come frutto di poteri magici, ben presto fu
accusato di stregoneria e mandato davanti all'Inquisizione, anche in seguito -
pare - alle sue frequentazioni con ambienti eretici.
Al numero civico 70 osserviamo la casa natale di Matteo Tafuri, che riporta l'iscrizione HUMILE SO ET HUMILTA ME BASTA. DRAGON DIVENTARO SE ALCUN ME TASTA. A questa figura così particolare e misteriosa bisogna collegare la fama che gli abitanti di Soleto avevano in Terra d'Otranto: erano infatti chiamati 'màcari', cioè esperti di fatture, stregoni e maghi.
La chiesa parrocchiale, dalla fine del XVIII sec., sostituisce un'antica
chiesa medievale di rito greco (ricordiamo che il rito greco scompare da Soleto
alla fine del XVII sec.). Il bellissimo campanile, monumento nazionale, è la
guglia che Raimondello Orsini del Balzo, conte di Soleto, fece costruire nel
1397. Alta 45 m., la guglia è simbolo di Soleto e si caratterizza per la
ricchezza e la fantasia delle decorazioni. Fiori, archetti, teste e colonnine
confondono la vista.
Ma la suggestione aumenta quando si viene a sapere di streghe che velocissime di notte ricamano le sculture, e di diavoli alati che alla fioca luce delle torce trasportano le colonne e i fregi lavorati. A guidarli, il mago Matteo Tafuri! Ma non basta tanta sollecitudine: l'alba e il canto del gallo colgono all'improvviso questa schiera di notturni costruttori. La prime luci interrompono l'opera, i diavoli rimangono pietrificati e sono esattamente i quattro grifoni che si vedono scolpiti agli angoli del campanile.
La chiesa di Santo Stefano (XIV sec.) presenta un portale romanico e un campanile gotico. Simbolo della comunità grecofona di Soleto, ha l'interno completamente ricoperto di pitture bizantine accompagnate da incisioni greche. A sinistra dell'altare si trova la nicchia della 'próthesis', dove si preparava il pane e il vino secondo il rito greco. Nell'abside sull'altare è rappresentato il Cristo con quattro vescovi, nella parte superiore dell'abside scene dell'Ascensione. Nella parte orientale osserviamo un Giudizio Universale; al centro l'arcangelo Michele che, negli abiti di un cavaliere angioino, divide i dannati (alla sua sinistra) dai beati (alla sua destra).